La Palestina nel 2026: quale sopravvivenza per la cultura e la sovranità del Paese levantino?

Come in Italia, anche in Palestina nel mese di settembre è iniziato l’anno scolastico ed accademico. Gli studenti palestinesi, specialmente quelli nella striscia di Gaza, quest’anno frequenteranno le lezioni scolastiche in condizioni estremamente precarie e svolgeranno le lezioni in tende improvvisate, nel mentre le autorità lavorano faticosamente per ripristinare a pieno regime e ricostruire l’istruzione dopo la diffusa distruzione causata dagli attacchi israeliani.

Circa 700 tende sono state installate in tutta l’enclave per servire gli oltre 500.000 studenti, le cui scuole sono state danneggiate, distrutte o trasformate in rifugi.

Non mancano l’ingegno e iniziative popolari degne di nota, come ad esempio, l’umile carpentiere palestinese Mahmoud Abu al-Kas, che con quel poco che ha a disposizione trasforma le pedane di legno degli aiuti umanitari in scrivanie e sedie in legno, per le scuole improvvisate a Gaza. Suddetti oggetti improvvisati, come riportato dall’agenzia turca Anadolu, aiutano psicologicamente e in senso pratico i bambini a continuare la loro istruzione in mezzo a gravi carenze di risorse causate dalla guerra in corso e dall’assedio imposto da Tel Aviv.

Il popolo gazawi si sottolinea che è tra i più istruiti in Asia Occidentale, con una percentuale di alfabetizzazione che sfiora il 97% ed i giovani palestinesi che erano iscritti all’università o al college, prima del 7 ottobre 2023, erano circa 90mila! Inoltre sempre nella Striscia di Gaza si ricorda come le uniche tre università, ergo: l’Università islamica, l’Università Al-Azhar e l’Al-Israa, siano state bombardate e gravemente danneggiate dall’esercito israeliano già nel 2023.

Bambini gazawi in scuole improvvisate con le tende
Foto scattata da Majidi Fathi

Ma se la situazione è drammatica nella iperdevastata Striscia di Gaza, nella Cisgiordania la situazione non è delle migliori, anzi…

Le truppe israeliane oggi 26 settembre 2026 hanno fatto irruzione nel campus dell’Università palestinese di Birzeit, a nord di Ramallah (de facto la capitale della Palestina) e hanno preso d’assalto uno dei suoi edifici. L’Università di Birzeit e il governo di Abu Mazen hanno condannato l’incursione intimidatoria, affermando che è stato accompagnato da minacce e terrore tra gli studenti che stavano sostenendo gli esami finali della sessione estiva.

Sempre l’esercito israeliano, in questi giorni, ha chiuso due posti di controllo nel nord della Cisgiordania, rendendo così impossibile a oltre un centinaio di insegnanti palestinesi di raggiungere le scuole. A riportare queste notizie è Azmi Balawneh, direttore dell’Istruzione nel governatorato palestinese di Tubas, in un intervista all’agenzia di stampa ufficiale WAFA. Succitato direttore ha affermato che la chiusura dei due punti di controllo/checkpoint di Tayasir e di Ein Shibli, ha portato all’interruzione del regolare svolgimento delle lezioni in sei scuole e un asilo frequentati da oltre mille studenti.

Inoltre l’Ufficio Nazionale per l’Educazione, la Scuola e l’Università della Conferenza Episcopale Italiana, di recente, ha rilasciato un comunicato nella quale annuncia che per il secondo anno consecutivo tutte le scuole cristiane di Gerusalemme sono state costrette allo sciopero. L’inizio delle lezioni, che in teoria dovevano iniziare il primo settembre, è stato sospeso in protesta al rifiuto da parte israeliana di concedere i permessi di entrata a oltre settanta docenti provenienti dalla Cisgiordania e per aver imposto per la prima volta il programma scolastico israeliano. Tutto ciò è parte della strategia di Tel Aviv di “israelizzare” l’istruzione e il corpo docenti nella città santa di Gerusalemme.

Potrebbero sembrare insignificanti tali notizie al lettore, ma in realtà se si sommano queste notizie da Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme, è il rapporto di un fenomeno più ampio e uno dei tanti modus operandi attuato dall’esercito israeliano al fine di ostacolare, controllare o rendere ai civili e studenti palestinesi impossibile la vita in qualsiasi ambito, compreso quello dell’istruzione.

A proposito del controllo, è sempre il governo ed esercito israeliano, tramite l’agenzia COGAT, a supervisionare severamente l’uscita di studenti palestinesi da Gaza che hanno vinto borse di studio all’estero; per esempio, le borse di studio italiane tramite il programma IUPALS (acronimo di Italian Universities for Palestinian Students).

L’ultima concessione registrata per l’uscita da Gaza è stato il 15 settembre 2026, con la concessione del passaggio di 25 studenti palestinesi gazawi attraverso il valico di frontiera di Kerem Shalom, posto al confine tra Israele ed Egitto ed a poca distanza dal valico di Rafah, quest’ultimo sito al confine egiziano-palestinese. Qui sotto la mappa della Striscia di Gaza:

Tali studenti palestinesi hanno hanno lasciato la Striscia di Gaza per arrivare in Italia, ed attraverso il valico di Kerem Shalom, gli studenti si sono diretti verso Atenei italiani, con un’operazione tutta interamente coordinata dalla Farnesina italiana.

Dopo il completamento delle procedure di rilascio dei visti e dei lasciapassare, gli studenti dalla Palestina hanno proseguito verso la Giordania, da dove sono partiti per raggiungere l’Italia, tramite un volo della compagnia aerea giordana, la Royal Jordanian Airlines. Adesso i studenti sono in Italia, dove successivamente saranno smistati e accolti dai referenti degli Atenei e istituzioni AFAM italiane (Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica) di destinazione, distribuiti sul territorio nazionale, prevalentemente nelle regioni del Centro e del Sud Italia. A comunicare questa notizia è stato direttamente il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) Italiano, che ci tiene a sottolineare come con questi ultimi ragazzi/e adesso il numero di studenti palestinesi accolti negli Atenei italiani, da settembre 2025, raggiunge un totale complessivo di 271 persone.

Il caso italiano è “affascinante” perché rappresenta un assurdo paradosso, ergo l’Italia è tra i pochi paesi europei a NON riconoscere ancora ufficialmente la Palestina, eppure è il paese europeo che ha accolto più studenti palestinesi! Per dare un idea delle dimensioni del fenomeno, in paesi come l’Irlanda, Spagna e Francia (che riconoscono la Palestina) gli studenti palestinesi non superano le 55 unità, in Italia invece ne sono 271!

Se per quanto riguarda l’istruzione la situazione presenta delle criticità, nel versante della cultura e beni culturali non è certo in buone acque…

Secondo i media palestinesi ufficiali, pochi giorni fa le forze israeliane hanno effettuato raid in diverse aree di Tulkarm, nella parte settentrionale della Cisgiordania occupata, e hanno affisso avvisi che pongono un santuario musulmano sotto l’autorità dell’Autorità israeliana per le antichità. Il santuario in questione è quello di Bint Yaqub, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa palestinese Wafa. La struttura religiosa a due piani presenta un piano inferiore risalente al periodo romano e un piano superiore risalente all’epoca mamelucca. Il sito presenta cupole, una sala di preghiera e un passaggio che conduce al piano terra. Di fronte all’edificio si trovano due piscine in pietra e due strutture risalenti al periodo romano. Secondo l’agenzia, un edificio moderno adiacente, noto come Al-Fakhara, è associato alla produzione di ceramiche e contiene un forno. Il Ministero palestinese del Turismo e delle Antichità, in collaborazione con il Comune di Tulkarm, restaurò e riqualificò il sito storico-archeologico tra il 2002 e il 2004.

In risposta alla mossa israeliana, il Ministero palestinese per i beni religiosi ha condannato la decisione delle autorità israeliane di designare il santuario come area archeologica sotto la giurisdizione dell’Autorità israeliana per le antichità. Il ministero ha affermato che il santuario sorge su un terreno di proprietà islamica, o “waqf” in arabo. Il provvedimento è stato descritto come parte di una politica israeliana volta a “impossessarsi e confiscare terreni di proprietà privata per servire i suoi piani di insediamento ed espansione”. Il ministero ha invitato le organizzazioni internazionali e per i diritti umani a intervenire con urgenza per fermare la violazione e proteggere i terreni e le proprietà di eredità religiosa dalla confisca e dal sequestro.

I raid israeliani hanno preso di mira non solo il santuario succitato, ma anche il villaggio di Iktaba, il villaggio di Al-Hafasi e altre località, dove sono stati affissi avvisi simili riguardanti ampi appezzamenti di terreno con la motivazione che contengono siti archeologici. Un eclatante esempio di uso strumentale dell’archeologia per espandersi colonialmente.

Secondo l’ONG israeliana Emek Shaveh, nel febbraio di quest’anno il governo israeliano ha ampliato i poteri del responsabile archeologico dell’Amministrazione civile, includendovi anche le misure relative ai siti archeologici situati in aree parzialmente amministrate dall’Autorità Palestinese di Abu Mazen. A maggio 2026, la Knesset israeliana ha approvato in prima lettura un disegno di legge per istituire un’“Autorità per il patrimonio” civile, dipendente dal Ministero del patrimonio israeliano, con il compito di amministrare i siti archeologici e storici nella Cisgiordania occupata, in sostituzione dell’unità archeologica dell’Amministrazione civile. Secondo l’ONG Emek Shaveh, l’iter legislativo del disegno di legge attualmente sarebbe bloccato.

Qui sotto il Santuario di Bint Yaqub (in italiano “Santuario delle Figlie del Profeta Giacobbe”)

In conclusione, nonostante la resistenza palestinese, gli spregevoli discorsi di Netanyahu all’ONU, nonostante il mandato di cattura della CPI, continuano come se nulla fosse e la cultura, istruzione ed esistenza statale palestinese viene erosa sempre più dalla macchina genocidaria sionista.

Non c’è cosa più brutta e triste di un patrimonio culturale e archeologico che va perdendosi gradualmente a causa di un genocidio… E questo gli armeni, per esempio, lo molto sanno bene.

Non a caso già l’estate scorsa, nel contesto della continua distruzione a Gaza per mano dell’esercito israeliano, l’Armenia annunciò che alcuni elementi del patrimonio culturale palestinese a rischio di distruzione sarebbero stati temporaneamente messi in salvo presso il “Matenadaran”, il rinomato deposito nazionale di manoscritti antichi. L’annuncio fu dato dal viceministro degli Esteri armeno Vahan Kostanyan.

Il Matenadaran armeno

Il “Matenadaran”, che dall’armeno antico significa letteralmente “Biblioteca”, è uno delle biblioteche e centri più antichi e importanti al mondo per lo studio e la conservazione di manoscritti antichi e manufatti culturali. Si trova a Yerevan, in cima a un imponente viale che porta, come la stessa biblioteca, il nome di Mesrop Mashtots, celeberrimo inventore dell’alfabeto armeno. Per via del suo patrimonio, che conta più di 17.000 manoscritti e circa 100.000 documenti di archivio, medievali e moderni, si tratta «di uno dei luoghi essenziali per l’elaborazione e la trasmissione della memoria nazionale in Armenia».

Dall’estate 2025 il Matenadaran ospita temporaneamente reperti palestinesi a rischio distruzione in Palestina e rappresenta uno dei esempi più virtuosi e recenti di solidarietà tra nazioni che hanno subito un genocidio. Non a caso l’Armenia riconosce la Palestina dal giugno 2024 ed ha subito il primo genocidio del ‘900, per mano turca.

In conclusione, ritornando brevemente sulla Palestina, un palestinese ieri è rimasto ucciso e altri feriti in un raid aereo israeliano a ovest dell’Università di Al-Aqsa, nella zona di Al-Mawasi a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, secondo quanto riportato dal corrispondente di Al Mayadeen.

Il corrispondente ha inoltre riferito di intensi bombardamenti di artiglieria israeliani a sud di Khan Yunis e verso aree a est di Deir al-Balah e del villaggio di Al-Masdar, nel centro della Striscia di Gaza. Gli attacchi si sono verificati nel contesto delle solite e ripetute violazioni da parte di Israele dell’accordo di cessate il fuoco entrato in vigore nell’ottobre 2025. Sinceramente ci vuole tanto coraggio a definirlo “Accordo di Cessate-il-fuoco”…

Secondo gli ultimi dati ufficiali, le forze di occupazione israeliane hanno ucciso più di 1.408 palestinesi e ne hanno feriti altri 4.916 dall’annuncio del Cessate il fuoco, firmato l’11 ottobre 2025. Nello stesso periodo sono stati recuperati anche i corpi di altri 834 palestinesi. Il bilancio complessivo delle vittime palestinesi dall’inizio della guerra israeliana contro Gaza nell’ottobre 2023, ha superato le 73.900 unità a settembre 2026, mentre almeno 175.000 persone sono rimaste ferite. Ovviamente il numero dei morti sono stime ufficiali, ma il bilancio complessivo si teme sia molto più alto visti i numerosi corpi che aspettano di essere trovati sotto le immense macerie che costellano la martoriata Striscia di Gaza…

(Fonti consultate per l’articolo: Avvenire, Wafa, Anadolu Agency, Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale d’Italia MAECI, Al Jazeera, ONG Emek Shaveh, Zartonk, Internazionale, The Palestine Chronicle, Al Mayadeen, Ufficio Nazionale per l”Educazione, La Scuola e L’Università della Conferenza Episcopale Italiana)

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