
Questo articolo è scritto in collaborazione con il collega Andrea Alexandro Naletto. Al fine di facilitare la lettura, sarà suddiviso in tre parti.
1° PARTE- Vincenzo Tartaglia
Il Caucaso è una delle regioni più turbolente, multietniche, multilinguistiche e multireligiose; ma anche una delle regioni più strategiche a livello geopolitico e commerciale, e da un punto di vista geografico può essere considerato il limite naturale tra l’Europa e l’Asia. Essa comprende ufficialmente tre stati: Armenia, Azerbaijan e Georgia. Sono di più in realtà, se contiamo anche gli stati separatisti e non riconosciuti a livello internazionale di Ossetia e Abcasia, indipendenti dagli anni ’90 del secolo scorso. Fino al 2023 è esistito anche lo Stato separatista del Nagorno-Karabakh, all’interno dell’Azerbaijan ma a maggioranza armena da 2000 mila anni, ora non più…Ma partiamo dal principio…
L’Armenia è lo stato Caucasico più piccolo tra le tre nazioni ufficialmente riconosciute.Ha anch’essa una storia molto travagliata, dove è passata attraverso diverse dominazioni straniere (le ultime dominazioni furono quelle dei turchi-ottomani e dell’impero russo), poi subisce tra il 1915 e 1923 il famoso “genocidio armeno”, dove i turchi con manovalanza curda massacrarono tra il 1,5 e i 3 milioni di armeni. Si tratta, tristemente, del primo genocidio del Novecento. In seguito l’Armenia entra a far parte dell’URSS fino al 1991, quando si rende indipendente come Repubblica. Subito dopo l’indipendenza inizia la storica rivalità e guerra contro l’Azerbaijan e anche le 3 guerre del Nagorno-Karabakh, concentrate maggiormente appunto nella zona chiamata Nagorno-Karabakh. La prima guerra dura dal 1992 al 1994 e la vincono gli armeni, portando alla nascita della Repubblica separatista del Nagorno-Karabakh, che successivamente cambia nome in Repubblica dell’Artsakh, una zona storicamente a maggioranza armena in quello che è riconosciuto internazionalmente come territorio azero. Passano gli anni, Baku si rafforza militarmente, grazie anche all’aiuto turco, e scoppia la seconda guerra del Nagorno-Karabakh. Dura dal settembre al novembre del 2020 e viene vinta dagli azeri che conquistano manu militari metà del territorio della Repubblica dell’Artsakh. Ed infine scoppia la terza guerra, che dura dal 19 al 20 settembre 2023, cioè in un giorno solo e con un avanzata azera fulminea, tutto questo mette in ginocchio gli armeni e la capitale Stepanakert che viene conquistata dagli azeri, gli armeni si arrendono e la Repubblica dell’Artsakh cessa di esiste ufficialmente il 1° gennaio 2024, in seguito ai negoziati tra separatisti dell’Artsakh e governo azero. Nel periodo che intercorre tra settembre e dicembre 2023, si verifica un massiccio esodo di 150 mila civili armeni (tra cui anche moltissimi disabili) che dalla Repubblica dell’Artsakh vanno a rifugiarsi nella Repubblica di Armenia propriamente detta e riconosciuta a livello internazionale da tutti. Perché si rifugiano? Perché temevano una pulizie etnica e di, appunto, essere uccisi dall’esercito azero e dai violenti mercenari turco-siriani portati lì proprio da Ankara per dare manforte agli azeri. Un esodo colossale che mette sotto pressione e in difficoltà il governo armeno e le sue, quasi limitate, capacità di accogliere e assorbire questa ondata di profughi. Assordante e vergognoso il silenzio dell’UE ed Europa in generale, sempre così attenta ai diritti umani, riguardo l’esodo e pulizia etnica compiuta da Baku nei confronti degli armeni. Si sà, l’indignazione europea è a geografica variabile. Se si tratta di ucraini o qualsiasi altra nazione, si vede la classe dirigente europea stracciarsi le vesti, brandire l’ascia di guerra e urlare “c’è un aggressore e un aggredito!”; mentre nel caso armeno e dell’Artsakh ci fu silenzio tombale per il semplice motivo che, in seguito alle insensate sanzioni alla Russia, serviva disperatamente il petrolio e gas azero, specialmente il gas tramite il famoso gasdotto TANAP, che comincia in Azerbaijan, attraversa la Turchia, Grecia e Albania e approda nelle coste pugliesi vicino la città di Brindisi. Si sà, comanda il Dio denaro e “pecunia non olet”…Attualmente, all’anno 2026, la rivalità tra Yerevan e Baku è lungo i confini internazionalmente riconosciuti e i blocchi delle alleanze sono ben definiti: Dalla parte dell’Armenia ci sono l’India, l’Iran, la Francia e gli USA, quest’ultime due hanno all’interno dei loro territori una notevole, influente e storica comunità di immigrati armeni. Dalla parte dell’Azerbaijan abbiamo la Turchia, il Pakistan e Israele. L’Azerbaijan è l’unico caso al mondo dove si vedono ebrei e musulmani aiutare insieme altri musulmani…Riguardo la Russia, con la quale Baku e Yerevan hanno storici rapporti e condiviso insieme anche una parte della storia, per il fatto che le due nazioni caucasiche dal 1922 al 1991 hanno fatto parte dell’URSS; la Federazione Russa proprio in virtù di tale condivisione ha tentato più volte di mediare tra le due nazioni in guerra. Però in seguito alla terza guerra del Nagorno-Karabakh del 2023, le cose sono cambiate e adesso si ha l’impressione che la Russia abbia scaricato l’Armenia, per via del suo impegno nella guerra in Ucraina. A tale riguardo, l’articolo prosegue con la seguente analisi…
2° PARTE- Andrea Alexandro Naletto
ll reciproco allontanamento tra Yerevan e Mosca…
1) ARMENIA
Sul finire del secondo decennio del nuovo millennio il malgoverno del clan Karabakh, l’élite politica originaria della regione che aveva guidato lo stato armeno sino a quel momento aveva portato a manifestazioni contro le autorità, decisamente sobillate da occidente, che aveva catalizzato il malcontento diffuso, ma senza giungere ad una piena rottura con Mosca come nel caso di altre rivoluzioni colorate, a causa della situazione precaria dello stato armeno. Alla fine nel 2018 con l’elezione di Nikol Pashinyan prevale un leader non originario del Nagorno-Karabakh e non filorusso anche se si assiste al tentativo di non scontrarsi con i russi. Da una osservazione della politica di Pashinyan ritengo che comunque la sua strategia di medio lungo periodo, nasconda una traiettoria di allontanamento, arrivando a chiudere scientemente la questione Artsakh, sterilizzando al contempo il potere del gruppo Karabakh, per poter aprire l’Armenia a nuove prospettive internazionali per uscire dall’asfittica situazione economica del paese. Aperture che comunque presentano aspetti gravosi e molteplici pericoli, perché espongono l’Armenia ai suoi nemici storici turchi e azeri, privata della protezione russa, una situazione più prossima a quella di ostaggio che di partner. Non arrivo a dire che il politico fosse disponibile a giungere alla tragica situazione attuale del Nagorno, ma sicuramente ha fatto in modo di indebolire la Repubblica secessionista isolandola politicamente e raffreddando i rapporti con Mosca per arrivare alla desiderata normalizzazione internazionale. Al contempo le élite nagornine non hanno colto il momento pericoloso sottovalutando in modo criminale il potere militare degli azeri ed hanno rifiutato ogni accomodamento proposto da Mosca e da Yerevan (resto comunque dell’idea che a Baku non sarebbe bastato, se non come step intermedio). Con la guerra del 2020 non si può negare l’impegno militare dell’Armenia, ma l’arretratezza dell’esercito frutto sia della trascuratezza, imputabile anche a Pashinyan, sia alla povertà del paese non lasciano scampo. La seconda guerra del Nagorno di chiuse con la perdita di tutte le aree periferiche dell’alto Karabakh, lasciando questo isolato nei territori azeri. L’armistizio mostra però il totale cinismo di Pashinyan che abbandona l’Artsakh, si può concedere che la portata della sconfitta giustificasse questo, ma ritengo più probabile che sotto vi sia un calcolo politico piuttosto opportunistico che tentava di salvare capra e cavoli liberando l’Armenia dall’impiccio rappresentato dalla pluridecennale questione Artsakh, ma al contempo lasciando la patata bollente ai russi confidando che avrebbero fatto del Nagorno-Karabakh una ennesima repubblica secessionista tutelata, sulla falsa riga della Transnistria o Abcasia. Un calcolo sbagliato che mostrò la corda già in occasione del blocco alimentare imposto al Nagorno da dei finti ecologisti azeri che Mosca si rifiutò di sgombrare e culminò con la successiva guerra del 2023. Chiaramente nel mandato russo non era previsto una reazione, ma diciamo che la questione è piuttosto di lana caprina: nell’agosto del 2008 Mikheil Saakashvili in occasione della crisi tra Georgia e Ossezia ed Abcasia ha ricevuto un trattamento ben diverso, ma la differenza era che per Mosca il Nagorno aveva valore solo se consentiva di mantenere il patrocinio su Yerevan.
2) FEDERAZIONE RUSSA
Se la carta armena era stata fondamentale per i rapporti di forza di Mosca nel Caucaso, nel corso del tempo il partenariato simbiotico ha cominciato a diventare un peso impedendo una politica russa di apertura con l’Azerbaijan e la Turchia che si era resa necessaria dopo la crisi di Maidan in Ucraina. Personalmente sostengo che la preparazione dell’attuale conflitto, a livello di messa in efficienza dei sistemi sia economici che d’arma, abbia richiesto tempi lunghi, lo deduco dall’accumulazione progressiva d’oro nelle riserve e dall’ importazione di materiali sensibili. Non che Mosca volesse espressamente fare la guerra sin da quel momento, ma semplicemente intendeva essere preparata per sostenere lo scontro se questo si fosse reso inevitabile. Il tentato colpo di stato in Turchia del 2016, ma già prima la ricomposizione della crisi nata dall’ abbattimento di un caccia russo sul confine turco-siriano nel novembre del 2015, aveva reso possibile una serie di abboccamenti tra Ankara e i russi. Il prezzo è stato un minore appoggio acritico a Yerevan, con i molteplici tentativi di composizione salomonica, complice l’arrivo di Pashinyan il rapporto è diventato ancora meno stretto. Se a Pashinyan imputo errori di calcolo madornali sia tattici, che hanno portato al disastro militare e alla tragica pulizia etnica del Nagorno Karabakh, sia strategici sposando una politica meramente economicistica in un contesto regionale ferino per lo stato e l’etnia armena, che dimostrano chiaramente l’affiliazione del politico armeno alla filiera dei leader clienti degli americani, rappresentanti locali del potere imperiale, l’ennesimo prodotto di batteria come la finlandese Sanna Marin o la moldava Maia Sandu, a scapito dell’interesse nazionale.Rispetto ai russi non posso non sottolineare l’assoluta mancanza di visione, se l’apertura ai turchi per la preparazione bellica può essere calcolata come un punto a favore, i costi patiti in questo quadrante sono estremamente pesanti: la perdita del bastione russo nel Caucaso che ostacolava la penetrazione occidentale nell’area porterà alla creazione di un corridoio pan turco verso l’Asia centrale (e in seconda istanza NATO) che metterà in pericolo il cortile di casa verso la Cina e l’Iran rappresentando un pericolo potenziale per i russi pari all’Ucraina attuale. Prosaicamente Nikol Pashinyan era pericoloso per Mosca quanto Petro Poroshenko o Volodymyr Zelenski, non averne tenuto conto per tempo, anzi reagendo con una politica spicciola da bottegai presenterà un costo futuro probabilmente insostenibile, anche perché se il cattivo rapporto tra armeni e russi nel ’94 era stato ricucito, ora complice la propaganda occidentale e di Pashinyan che sottolineano ossessivamente l’abbandono, la lacerazione pare insanabile…Il Nagorno-Karabakh era interesse primario degli armeni del Nagorno ovviamente, ma geopoliticamente di Russia che attraverso di esso teneva l’Armenia legata a sé e chiudeva la via caucasica all’Occidente, ma anche dell’Iran che accorciava il confine con l’Azerbaijan, che è un problema e nemico latente etnopolitico per sé, ripieno di un nemico ferino: Israele, avvolto in un nemico infido: la Turchia; mentre l’esistenza delI’Artsakh, con l’ Armenia garantiva una frontiera amica a nord.Un Iran che ha messo in secondo piano le proprie esigenze geopolitiche e militari per assecondare un supposto principio di legittimità internazionale, confidando nel fatto che questo avrebbe garantito anche la sua integrità territoriale ed indipendenza. Dobbiamo dire che l’esistenza “legittimata” del Kosovo doveva già essere una spia ben accesa, ma l’attacco israeliano di giugno 2025 e l’assalto statunitense a Caracas del 3 gennaio di quest’anno, dovrebbe fugare ogni dubbio su quanto fosse mal riposta questa pia speranza…
3° E ULTIMA PARTE – Vincenzo Tartaglia
In virtù delle differenze di vedute tra Mosca e Yerevan e di calcoli politici mal riposti riguardo la questione del Nagorno-Karabakh, ora l’Armenia, nell’anno 2026 d.c, deve fare i conti con sè stessa, rivedere le sue politiche interne, estere e applicare in campo un’ampia dose di realismo e pragmatismo, se vuole sopravvivere e non rischiare di essere fagocitata, anche manu militari, da Ankara e Baku.Per quanto riguarda la politica estera, parrebbe che Nikol Pashinyan si sia destato parzialmente dalla sua condizione di stolto negli ultimi tempi.A sostegno della mie affermazioni è la questione della centrale nucleare di Metsamor, costruita in epoca sovietica tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, e che il governo armeno vorrebbe abbattere per costruire un’altra centrale, e che sta valutando guarda caso le proposte avanzate per una nuova centrale da diverse nazioni estere, quali gli Stati Uniti, la Francia, la Cina, la Corea del Sud e perfino la Federazione Russa, nonostante il raffreddamento delle relazioni diplomatiche.A livello militare, oltre alle storiche armi russe e statunitensi, l’Armenia ha deciso di modernizzare il suo arsenale e diversificare le fonti di approvigionamento, in particolare dalla Francia comprerà sistemi di artiglieria Caesar, veicoli blindati Bastion e sistemi radar GM200. Per quanto riguarda l’India, che ho citato all’inizio dell’articolo, degno di nota è l’acquisto da parte armena dei sistemi di difesa aerea Akash, lanciarazzi multipli Pinaka e obici da 155 mm l’anno scorso, mentre il 1° febbraio 2026 il capo di stato maggiore della Difesa indiana, il generale Anil Chauhan, ha effettuato una visita ufficiale in Armenia, segnando la visita militare indiana di più alto rango fino ad oggi. Il che è significativo visto che l’India è alleata dell’Armenia mentre il suo acerrimo nemico, il Pakistan, è alleato dell’Azerbaijan. La rivalità e competizione indiano-pakistana continua anche per procura in Caucaso.Ma questo solo sul piano della politica estera, per quanto riguarda la politica interna armena si dovrebbe stendere quello che chiameremmo un “velo pietoso”…Faccio riferimento alla repressione di voci dissidenti da parte di Nikol Pashinyan circa il suo operato e la questione del Nagorno-Karabakh. Suddette proteste e ondate di malcontento popolare sulla sconfitta patita nel conflitto e per la firma del trattato di pace con l’odiato Azerbaijan effettuate nell’agosto del 2025, continuano tutt’ora e sono anche sostenute dalla influente Chiesa Apostolica Armena.Una repressione, quella di Pashinyan, che è culminata con l’arresto degli Arcivescovi Bagrat Galstanyan e Mikael Ajapahyan nel giugno 2025, accusati di aver presuntamente pianificato di rovesciare il suo governo. L’arresto dei due arcivescovi è significativo e foriero di grande instabilità e di limitazione delle libertà religiose per un paese come l’Armenia, che rischierebbe potenzialmente anche una guerra civile, vista la profonda importanza e influenza che riveste la Chiesa Apostolica per il popolo armeno.Infatti mi preme dover sottolineare che il piccolo paese caucasico, storicamente parlando, fu la prima nazione a convertirsi al cristianesimo già nel terzo secolo d.c, ed è lapalissiano che suddetta religione rivesta un punto fermo nell’identità nazionale armena. Pertanto le continue minacce e repressione nei confronti degli esponenti della Chiesa per il popolo armeno è vista come un assedio alla fede e perciò è ovvio che l’arresto dei due arcivescovi è stato molto controproducente per Pashinyan, che vede la sua popolarità, sia in Patria sia nella diaspora armena nel mondo, colare quasi a picco nei recenti sondaggi… Un calo che che rispecchia la sua inadeguatezza nel guidare il paese.Un calo significativo e da non ignorare, specialmente anche in vista dell’avvicinarsi delle importanti elezioni parlamentari che si terranno il 7 giugno 2026; in cui si assegneranno tutti i 107 seggi nell’Assemblea Nazionale e dove forse probabilmente Nikol Pashinyan e il suo partito potrebbero anche non vincere.La classe dirigente e la società armena sono infatti in fermento per l’avvicinarsi di questo appuntamento elettorale, che potrebbe rappresentare un momento di verità per il futuro del Paese…
P.s: l’immagine all’inizio dell’articolo è un disegno della mappa geografica dell’Armenia, fatto da me.
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