Ultime novità dallo scacchiere Mediorientale, Africano, Russo-ucraino e Latinoamericano. Nel mentre, l’Italia latita…

Con questo articolo, parto con la premessa che sarà un po’ prolisso, ma necessario per comprendere gli ultimi eventi…

Dalla martoriata Siria, giungono notizie allucinanti…

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR), negli ultimi tre giorni sono stati giustiziati più di 35 siriani, in maggioranza ex ufficiali militari che avevano prestato servizio sotto il governo di Bashar Al-Assad.

Ma non solo ex-militari, anche civili e semplici studenti universitari giovanissimi, e la maggior parte delle uccisioni si è verificata nelle zone di Homs e Aleppo.

Oltre al SOHR, a riportare tali notizie è anche la testata “Al Mayadeen” e altre fonti siriane.

Ma la notizia eclatante è ciò che sta succedendo nella zona costiera di Laodicea e Tortosa (cioè Latakia e Tartous) a maggioranza Alawita/Nusairita, dove numerose cellule e gruppi di ex-soldati Assadisti hanno attaccato le posizioni di HTS e altri gruppi terroristici anti-assad. Inutile dire che ci sono stati numerosi morti sul campo.

Inoltre girano voci, NON confermate, che tra i comandanti filo-Assadisti oltre ad un certo “Capitano Alì”, ci sia la presenza di Suheil Hassan (il comandante delle truppe d’élite “Forze Tigre”), Manaf Tlass e pure Maher Al-Assad, il fratello del presidente siriano.

E in seguito a tutto questo, le milizie HTS hanno lanciato, di recente, una vasta campagna di rastrellamento a Latakia e dintorni, per tentare di sconfiggere tali cellule succitate. Questo è secondo quanto riferito dai corrispondenti di SANA a Latakia.

Ma cmq non servirà a nulla tale campagna, peraltro in una zona fortemente filo-assad, inoltre HTS non ha neanche gli uomini sufficienti per controllare tutta la Siria, contando all’incirca 20 mila uomini. (Per fare un confronto, il defunto esercito arabo siriano contava tra i 150 e 200 Mila uomini).

Inoltre Abu Muhammad Al-Julani non ha lo spessore, forza e carisma per tenere unita a sé tutta la Siria (inoltre resta pur sempre un terrorista con una taglia da 10 milioni di dollari sul suo capo) e faccio riferimento all’enorme galassia di milizie anti-assad, che hanno obiettivi anche diversi sul dopo-assad, ed ai Curdi del Rojava.

A meno di non aver preso una cantonata, è assai probabile che la Siria si balcanizzerà in più staterelli e in particolare la zona costiera, (se le cellule di ex-militari Assadisti riescono ad avere sempre più successo) si separi dal resto della Siria e si costituisca in una specie di “Alawistan”, con cui i russi avrebbero anche più piacere a trattare per il mantenimento delle basi militari presenti in Siria.

Un “Alawistan” dove molto probabilmente sì rifugeranno anche altre minoranze religiose (cristiani, sciiti) visto e considerato che i Nusairiti sono famosi per essere largamente tolleranti e rispettosi in materia religiosa. Del resto Bashar Al-Assad era Alawita e la Siria era famosa per la convivenza e tolleranza religiosa.

Un allarme simile è stato anche lanciato dalla giornalista siriana Angie Bittar per “Al Mayadeen”, la quale avvisa che la comunità cristiano-siriana non può permettersi di continuare “a porgere l’altra guancia”, ma deve svegliarsi, agire e proteggersi…

La mappa della Siria, a sinistra si può notare la zona costiera con le città di Latakia, Tartous, Jableh e Baniyas.

Oltre alla Siria, dove Tel Aviv gongola e si espande oltre le Alture del Golan, la tregua israelo-libanese nonostante la fragilità mantiene ed è prorogata fino a metà febbraio 2025. Come riportato dall’ISPI.

In Palestina, i poveri abitanti stanno lentamente ritornando nel nord della striscia di Gaza, nel mentre Trump accarezza l’assurda idea di trasferire (o meglio deportare) tale popolo in Egitto e Giordania.

Ovviamente Il Cairo e Amman hanno rifiutato tale miope piano, che ha tutto il sapore di una pulizia etnica morbida uguale ai fantasiosi piani nazisti di deportare tutti gli ebrei in Madagascar…

È così che Trump pensa si risolvere l’annosa questione israelo-palestinese? Deportare tutti gli abitanti e fine della storia…?!

Invece di fantasticare di deportazioni impossibili, l’unica soluzione diplomatica resta quella di lavorare per una effettiva e concreta soluzione dei 2 stati. Ma non c’è volontà e voglia di adempiere a questa soluzione, da parte di Tel Aviv e USA.

Mappa geografica dell’area levantina, dove ci sono
anche gli stati di Palestina, Israele e Libano.

Dal Medio Oriente ci spostiamo al continente africano, più precisamente nella Repubblica Democratica del Congo (Kinshasa).

Nel paese africani sono scoppiati, di recente, pesantissimi scontri tra i governativi e il gruppo ribelle M23 (sostenuto dal Ruanda) nella martoriata provincia del Kivu-nord. Ad essere corretti, gli scontri durano tutt’ora ed i ribelli avrebbero anche conquistato la città di Goma, il capoluogo della provincia.

Nella zona c’è anche la presenza dei caschi blu dell’ONU, la missione MONUSCO. Infatti quest’ultima ha anche affermato che i caschi blu stanno continuando a sostenere l’esercito congolese contro i “ribelli”. In realtà mercenari pagati dal Ruanda per occupare e gestire le miniere di Coltan nella zona, che fanno gola a chiunque.

Inoltre ci sono due novità oggi 28 gennaio:

  1. è giunta anche la notizia che il presidente del Congo Félix Tshisekedi e l’omologo ruandese Paul Kagame hanno acconsentito a incontrarsi mercoledì 29 gennaio, per tentare di risolvere la crisi tra i due paesi, vista la guerra. Tale speranzoso incontro è grazie alla mediazione di più attori regionali: Kenya e Angola. L’ha riportato il quotidiano “Nigrizia”.
  2. secondo quanto riportato dal quotidiano “Agence de Presse Africaine”, l’esercito congolese è in forte difficoltà e si è ritirato da Goma, inoltre a Kinshasa diversi manifestanti inferociti hanno assaltato le ambasciate del Rwanda, USA, Belgio e Francia.
Mappa geografica del paese africano in questione, il Congo-Kinshasa.

Negli scontri sono morti (o rimasti feriti) diversi soldati del Sudafrica e Uruguay, che partecipano alla Missione MONUSCO. Quest’ultimo, secondo quanto riferito dal quotidiano “Montevideo Portal”, ha subìto otto feriti ed un morto tra le file dei suoi soldati ed ha accolto numerosi civili congolesi nella sua base militare a Goma.

Ma è degno di nota che Carlos Amorín, rappresentante dell’Uruguay presso l’ONU, si è rammaricato delle perdite uruguaiane e congolesi degli ultimi giorni, ed ha esortato l’ONU e le varie fazioni in lotta di implementare con urgenza un “Cessate il fuoco”.

La classe politica italiana, a mio avviso, dovrebbe prendere appunti dal piccolo paese sudamericano su come funziona la diplomazia.

Non a caso la Russia, tramite il ministro degli esteri Sergei Lavrov, ha affermato: “La Russia non considera l’Italia un possibile partecipante al processo di pace in Ucraina.”

Visto e considerato che in Italia risiedono numerosi cittadini ucraini, ma anche russi e che compravamo ingenti quantità di gas russo, il fatto che la Russia abbia detto tali frasi significa una cosa sola. Che l’Italia ha perso una grande occasione per fare da mediatore tra le varie fazioni del conflitto russo-ucraino, un occasione persa per accrescere il proprio prestigio internazionale.

Ed infine, per quanto riguarda il quadrante latinoamericano…il presidente USA Donald Trump sembra una scheggia impazzita nell’imporre dazi doganali a chiunque, storici alleati compresi.

Infatti pochi giorni fa ha imposto dazi doganali del 25% alla Colombia, per la questione dell’immigrazione, e Bogotà che ha subito risposto imponendo a sua volta i dazi doganali nei confronti del gigante nordamericano…

Ma questa guerra dei dazi tra Bogotà e Washington è durata meno di 48 ore, e come giustamente fà notare “Geopoliticalcenter”, è facile imporli ad una nazione debole come il paese sudamericano.

Infatti quest’ultimo ha anche diversi problemi e di recente si sono verificati feroci scontri ELN e il cosiddetto Frente 33, nella regione del Catatumbo (al confine con il Venezuela), con numerosi morti, ed il successivo intervento del governo colombiano. Come ha giustamente fatto notare l’ISPI, tali scontri sono il frutto della mai risolta pacificazione tra governativi e vari gruppi come ELN e FARC, facendo diventare la Colombia assai vicina alla definizione di “stato fallito”.

L’ISPI, di recente, ha affermato che il nuovo mandato di Trump preannuncerebbe relazioni tese con il Brasile, un alleanza con l’Argentina dell’anarco-liberista Javier Milei e tensioni crescenti col Messico per la questione doganale, per non parlare della questione del Canale di Panamà.

mappa dell’America Latina

Ma oltre a queste nazioni, molto probabilmente si vedrà anche una recrudescenza dei rapporti fra Trump e governi latinoamericani sgraditi. A parte il Venezuela (che sogna di invadere dal 2018) si sono anche Cuba ed il Nicaragua.

Le relazioni tra Cuba e USA, di recente, hanno subito un inaspettato sviluppo…

Il neopresidente Trump non ha perso tempo ed il 21 gennaio ha rimesso l’Isola Caraibica nella patetica lista dei “Stati sponsor del Terrorismo”. E pensare che solo qualche giorno prima, il 14 gennaio, l’amministrazione Biden aveva rimosso L’Avana dalla famosa lista. Il governo cubano, scandalizzato, ha definito la decisione di Trump “una presa in giro”. A riportare questi ultimi sviluppi sono stati i quotidiani “Prensa Latina”, “CNN” e “Hispan TV”.

Dulcis in fundo, con Trump si vedrà, molto probabilmente, un applicazione draconiana della famosa “Dottrina Monroe” contro governi latinoamericani sgraditi, e non solo latinoamericani ma anche europei…

(Faccio riferimento alla questione della Groenlandia e Danimarca…)

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